Johan Cruyff ha cambiato il Barcellona. Lo ha stravolto, reso una vera potenza del calcio spagnolo e sulla scia del suo operato i blaugrana vivono ancora di rendita, grazie ad un modo di intendere il calcio che prima, in Catalogna, non c’era. Ma com’era il Barça prima che Cruyff ci mettesse mano? E cos’è andato a modificare nello specifico?

Una situazione non proprio felicissima

Va premesso che il Barcellona, il cui presidente era Josep Lluís Núñez, non navigava in acque tranquille. Tutt’altro: nel 1988 il club blaugrana subì una vera e propria ribellione, passata agli annali come L’ammutinamento di Hesperia (che prese il nome dall’hotel in cui i giocatori si riunirono) che comportò alla cessione di tutti i giocatori tranne uno: il portiere Andoni Zubizarreta. La posizione del presidente Núñez era tutt’altro che salda e comoda, quindi optò per l’ingaggio di un uomo simbolo del Barcellona degli anni Settanta non tanto perché credesse nelle idee dell’olandese, ma per calmare le acque e ristabilire un po’ di serenità nell’ambiente. Cruyff questo lo sapeva sin da subito e non esitò ad usare la propria importanza per ribadire un dogma per lui essenziale: accettare la panchina del club a patto che il presidente si tenesse sempre fuori dallo spogliatoio. Quella era giurisdizione di Johan e lì voleva comandare lui. A Núñez, personaggio che ha sempre voluto avere tutto sotto il proprio controllo, non entusiasmò questa richiesta, ma accettò.

Il cambio di approccio

Il modo di giocare a calcio, però, cambia da Paese a Paese. Lo ricordò Cruyff stesso nella sua autobiografia La mia rivoluzione: In Olanda c’è una mentalità di gioco diversa rispetto alla Germania, all’Inghilterra, alla Spagna e all’Italia. È una questione di carattere. Ecco perché non puoi fare un calcio all’italiana se vivi in Olanda. Non è proprio possibile, chiunque tu sia e qualunque sia la tua provenienza. Il prezioso vantaggio che ho avuto da allenatore del Barcellona era che ci avevo già giocato. Non ignoravo i limiti, sapevo come superarli e come migliorare la squadra. Potevo farlo perché ero a conoscenza delle abitudini di vita dei locali, della loro politica e del loro carattere. All’inizio dovetti fare i conti con l’immagine del Barcellona che era diventata opinione comune: un club con un nome importante, con molti fondi a disposizione, ma senza trofei. Il livello tecnico, se paragonato a quello dell’Ajax, era inferiore, e per di più, al contrario di quanto accadeva ad Amsterdam, ogni giocatore pensava soprattutto a difendere. Era mio compito cominciare a cambiare la mentalità di gioco“.

L’entusiasmo ritrovato tramite il gioco

Ed è su questo cambio di prospettiva che si identifica il cambio di passo del Barcellona nel corso della propria storia. Anziché concentrarsi su come rovinare il gioco degli avversari, Cruyff preferiva focalizzarsi su come perfezionare la propria gestione del pallone, la fase offensiva e, più semplicemente, dare emozione ai giocatori e ai propri tifosi. Fu così che in breve tempo l’affluenza del Camp Nou impennò, passando da una media di 40.000 tifosi a partita ad una di 90.000, attratti dalla bellezza innovativa della squadra e delle idee di questo nuovo ciclo. Cruyff disse al proprio centravanti che fosse il suo primo difensore, al proprio portiere che fosse il primo attaccante e ai propri difensori che fosse compito loro, grazie ai loro movimenti, determinare la lunghezza del campo. La squadra imparò ad allargare gli spazi in fase di possesso e a restringerli quando il pallone lo avevano gli avversari. Un lavoro incentratosi dapprima sui piccoli errori, perché secondo il genio olandese raramente sono i grandi errori a causare i problemi, in quanto molto più spesso essi sono causati da piccole disattenzioni. Un lavoro partito inizialmente dai dettagli che portò subito soddisfazioni alla squadra: nel 1988-89 il Barcellona vinse la Coppa delle Coppe (contro la Sampdoria), nel 1989-90 la Coppa del Re, nel 1990-91 la Liga, nel 1991-92 Liga, Coppa dei Campioni, Supercoppa di Spagna e Supercoppa UEFA, nel 1992-93 la Liga e nel 1993-94 la Liga e la Supercoppa di Spagna.

Un’eredità che vive oltre le dimissioni

Il rapporto con il presidente Núñez, però, fu molto controverso a motivo dei due caratteri molto autoritari (nonostante nessun allenatore prima di Cruyff avesse vinto così tanto sulla panchina del Barcellona) e così, il 18 maggio 1996, l’allenatore olandese lasciò la panchina del club catalano dopo averne rivoluzionato anche la Masia e aver lasciato un’impronta indelebile nello stile, nella mentalità e nella filosofia di gioco del Barcellona. Una Cappella Sistina alla quale, come disse Pep Guardiola, i nuovi allenatori del Barça devono solo preoccuparsi di dare qualche pennellata.