La Triestina ha appena ceduto – a forza – Artur Ionita, per poi svincolare anche Kiyine. Se per il belga non ci si strapperà i capelli, l’addio di re Artù può spegnere e demoralizzare un ambiente che già di per sé stava cercando in qualsiasi modo un appiglio per credere che la stagione non fosse del tutto persa. La cessione dell’ex numero 7 alabardato, però, ha le sembianze di una resa. La cosa più frustrante è che non si riesca nemmeno a biasimare troppo House of Doge, dal momento che ritrovarsi a ultimi a -2 dopo 20 giornate di campionato (ora 21) è una situazione che impone delle riflessioni e comporta delle decisioni. Anche dolorose, anche se difficilmente comprensibili, come nel caso della leggenda moldava.

Ionita era disposto a chiudere la stagione a Trieste e a restare eventualmente anche in Serie D, ma la società deve aver pensato a ridurre quanto più possibile i costi e parliamoci chiaro, ad avere mercato sono i profili come Ionita (ma anche Tonetto, Jonsson, Gündüz e Vertainen), non di certo giocatori dal minutaggio latente e dal rendimento deludente, come nei casi di Attys e Voca – per intenderci. L’addio di Kiyine, che sembrerebbe essere dovuto anche ad alcune magagne a livello legale in Belgio, libera ingaggio e posto a centrocampo, ma forse un pensiero andrebbe dedicato non tanto a chi va via o è in procinto ad andarsene, bensì a chi resta.

Premesso e ribadito che non si faccia una colpa a chi è andato via (o è in procinto di farlo), dato che la situazione in cui versa l’Unione è un disastro non imputabile al gruppo squadra e ogni giocatore ha il pieno diritto di pensare ai propri contratti e alla propria carriera (specie in una categoria come la Serie C, che non ha il giro di denaro che ha la Serie A), viene da chiedersi: chi resta, come lo fa? Come si conduce un campionato nel quale tenti di compiere un’impresa disperata, senza neanche la piena fiducia dello stesso club che dovresti salvare? Perché House of Doge, cedendo Ionita, è come se avesse alzato bandiera bianca e avesse fatto capire ai propri tesserati che non ci creda più al miracolo salvezza. Neanche di facciata, nemmeno a livello istituzionale. Come se il board dirigenziale si fosse dimenticato che «non è finita finché non è finita», come se l’anno scorso a Tesser non fossero serviti 3 innesti a gennaio (Silvestri, Fiordilino e proprio Ionita) per cambiare volto, anima e destino ad una squadra spacciata.

Quest’anno la dirigenza che ha succeduto ai disastri di Menta e Rosenzweig non ci crede, è palese e non gliene si fa nemmeno una colpa imperdonabile (insomma, stiamo parlando pur sempre di un -23 sul groppone), a patto di strutturare e organizzare il club per risalire subito l’anno prossimo. Il messaggio è inequivocabile: la squadra proverà a salvarsi, ma la situazione è così tanto disperata che il club ha già iniziato a muoversi come se la retrocessione fosse inevitabile.

E allora eccoli, i nostri beniamini, come i violinisti del Titanic. Consapevoli di un destino tanto bastardo quanto immeritato, perché il campo direbbe Triestina in piena corsa salvezza, per ritrovarsi invece incastrati in una posizione di classifica umiliante e svilente. Ma non per questo hanno mollato, non per questo mollano e non per questo molleranno il colpo. Pur sapendo a cosa vanno incontro, pur consapevoli che a credere nel miracolo siano rimasti solo loro, senza neanche più il timido coraggio che si potrebbe provare a far permeare a livello societario.

Eccola qui la grandissima dignità sportiva di un gruppo di uomini, prima che di giocatori, che elevano il significato di professionalità e gli aggiungono quello dei valori di chi si guarda allo specchio con la coscienza a posto. La dignità di chi non lascia niente di intentato, di chi vuole provare a dare un senso a questa maglia e di lasciare un segno in questa piazza. Signori, è stato un privilegio suonare con voi stasera.

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