Sia ben chiara una cosa. Qui non si vuole fare la caccia alle streghe, criticare per il gusto di farlo o trovare un responsabile (aka capro espiatorio) sul quale vomitare frustrazioni e assolutismi. 

Però il tempo passa e con il tempo che scorre scorrono anche i pensieri, ci si fa un paio di domande e si fanno riflessioni. 

Una cosa che si fa fatica a capire (di nuovo) è l’esonero di Tesser nella contestualizzazione di ciò che è avvenuto dopo: sollevato il mister di Montebelluna quando 3º in classifica per entrare nella cosiddetta “fase 2”, Bordin si può dire non abbia fatto bene e che Santoni poi abbia fatto pure peggio. 

Quindi, quello che ci si chiede è: qual è la direzione di questo progetto tecnico? 

Non si mette in discussione la buona fede di proprietà e dirigenza, così come non si mettono in discussione l’intenzione di crescere, di salire di categoria, di creare un centro sportivo e di perseguire ambizioni che oggi sfiorano l’utopia. E si badi bene, è giusto che a prendersi la giusta dose di responsabilità siano anche gli allenatori passati di qui e i giocatori che, alla fine, sono coloro che scendono in campo. 

Però fa strano che, in tutto questo marasma, dalla dirigenza non ci sia stato un “mea culpa”. Perché è vero che si è sentito dire «Poi certo, poi possiamo sbagliare come tutti» (e ci mancherebbe altro), ma non è la stessa cosa di dire «Scusate ragazzi, abbiamo sbagliato e rimedieremo» e non lo si dice con l’intento di far polemica spicciola, ma proprio perché riconoscere un errore, quando commesso, è il primo passo per correggerlo e lasciarselo alle spalle. Mentre, invece, l’impressione che viene data (sicuramente in modo involontario) è quella non di chi ha sbagliato qualcosa, ma di chi “potrebbe sbagliare”. Ma i fatti ci evidenziano in modo inequivocabile che qualcosa sia andato storto a livello di campo, ma anche dietro le scrivanie. 

Non c’è nulla di male nello sbagliare: solo chi non fa non sbaglia e sarebbe folle pretendere perfezione assoluta in tutti i luoghi, tutti i laghi e tutti i mari, ma quel che ci si aspetta è una comunicazione un po’ più presente. 

Perché adesso che le acque sono mosse, mister Marino e Matteo Ciofani stanno mettendo una pezza come possono (senza neanche sapere per quanto tempo lo faranno, quindi senza sapere se porre delle basi di lavoro o se tamponare le ferite e basta e per questo da apprezzare ancor di più) ma sarebbe ideale – e probabilmente anche opportuno – che la dirigenza si esponga con una frequenza maggiore. 

Sicuramente dietro la scelta di non esporsi nella maniera in cui la società (non) si sta esponendo ci sarà una motivazione, che sia strategica o di natura culturale, conoscendo le differenze che ci sono tra Italia e Stati Uniti. Ma con questa metodologia, qui in Italia, si dà spazio a qualsiasi tipo di speculazione, di dubbio e di confusione, che appesantiscono ulteriormente un clima che in realtà andrebbe alleggerito. 

Nessun intento di fare polemica, ma un invito a riflettere se sia il caso di continuare a tenere la linea che si è tenuta fino ad ora. Perché non c’è dubbio che proprietà e dirigenza vogliano il bene della Triestina (almeno) tanto quanto lo vogliano tifosi e addetti ai lavori, ma c’è qualcosa che non sta funzionando nel rapporto tra club e la piazza e forse si potrebbe sistemarla senza fare chissà quali grandi cose.

Forse, per migliorarle, le cose, basterebbe solo un po’ di presenza in più, atta ad abbattere una distanza che viene percepita certamente maggiore di quel che era negli intenti di chi gestisce il club.